Il culto di San Biagio a San Cesario: tra antiche e nuove tradizioni

Il culto di San Biagio a San Cesario non affonda le sue radici in un passato particolarmente remoto. Dalle visite pastorali antiche, a partire dal Seicento, non emerge infatti alcun riferimento né a una chiesa intitolata al santo né a una sua venerazione specifica nella chiesa parrocchiale o in altri luoghi del paese. La devozione verso San Biagio appare invece in epoca relativamente recente e risulta legata in modo particolare alla chiesa di Sant’Elia.

Nella Chiesa di Sant’Elia

Proprio qui è custodita una pregevole statua in cartapesta, raffigurante San Biagio in abiti pontificali vescovili. Il santo è rappresentato mentre benedice un bambino, presentato dalla madre inginocchiata, che implora il suo aiuto per un miracolo: il piccolo rischiava di soffocare a causa di una lisca di pesce conficcata in gola. Si tratta di uno dei miracoli più noti attribuiti a San Biagio, tradizionalmente invocato come protettore della gola e dei bambini.

Il gruppo scultoreo, di ottima fattura, non reca indicazioni certe sull’autore; la sua realizzazione è generalmente collocata tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Non è dunque un’opera antichissima, ma rappresenta comunque una testimonianza significativa della devozione popolare locale.

La festa di un tempo

La festa di San Biagio si svolgeva interamente presso la chiesa di Sant’Elia. Dopo un triduo solenne di preparazione, il 3 febbraio si celebrava la solennità del santo con messe mattutine e serali e con il panegirico. Al termine delle funzioni, all’esterno della chiesa, nei pressi della fontana adiacente, veniva acceso un piccolo falò rituale. Non si trattava di una grande focara, ma di una pira di legna che richiamava numerosi fedeli del quartiere e non solo.

La gente si radunava numerosa attorno al fuoco, in un’epoca in cui il traffico automobilistico era pressoché assente. Il falò veniva acceso cospargendo la legna di alcol e rimaneva acceso fino a ridursi in brace. Molti abitanti delle vie circostanti – via Sant’Elia, via Insaho, via Martini, via Cepolla, via Duomo, via Caponic – vi si recavano con bracieri, calderine e recipienti metallici per raccogliere i “tizzoni” ancora ardenti, da portare a casa e utilizzare per il riscaldamento domestico, allora affidato soprattutto a camini e bracieri.

Nel frattempo, all’interno della chiesa, il rettore – tra gli ultimi ricordati don Francesco Bruno, noto come “Papa Cicciu”, che abitava in via Umberto I – sedeva sul presbiterio e presentava ai fedeli la reliquia di San Biagio per il bacio devozionale. Il rito proseguiva finché il falò non si consumava del tutto, lasciando a terra solo la brace.

Un momento particolarmente significativo della giornata era la benedizione dei bambini. Nel pomeriggio del 3 febbraio, tutti i bambini del paese venivano condotti nella chiesa di Sant’Elia per la preghiera e la benedizione, in ricordo del miracolo della lisca in gola. Era un rito molto sentito, che coinvolgeva indistintamente le famiglie di tutte le parrocchie.

Il culto oggi

A partire da circa quarant’anni fa, durante il periodo del parroco don Oronzo Margiotta, il culto subì una riorganizzazione e permane ancora oggi. La statua di San Biagio veniva trasferita dalla chiesa di Sant’Elia alla Chiesa Madre, dove si svolgeva il triduo.

Il giorno della festa si celebravano due messe al mattino e, nel pomeriggio, una paraliturgia dedicata alla benedizione dei bambini, con la chiesa gremita di piccoli accompagnati dai genitori. La sera, dopo la messa solenne in onore del santo, la statua veniva riportata processionalmente nella chiesa di Sant’Elia.